di Alessandro D’Amato (Gregorj)
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Visto che tra poco le intercettazioni non saranno più pubblicabili, devono essersi detti all’Espresso, tanto vale sparare gli ultimi colpi. E così, ecco l’ultima trance delle telefonate dell’ineffabile Agostino Saccà con Silvio Berlusconi e Giancarlo Innocenzi, e quelle del produttore Guido De Angelis. Favori, favorucci, cortesie di un sottobosco di amicizie più o meno confessabili che, come nel caso di Luciano Moggi, ci immaginavamo un po’ tutti, con tristezza più che con indignazione.
L’impressione è comunque quella di assistere sempre di più a un film già visto: reazioni indignate, promesse di querele, solito editoriale di Giuseppe D’Avanzo che collega – giustamente, perlomeno in parte – “l’ossessione giudiziaria” del Cavaliere proprio all’esistenza di queste telefonate, e una scelta lessicale (”il tycoon”, “i famigli”) già vista. Con in più, una spruzzata di stile Cordero (”Il premier non se ne dà per inteso. Non conosce alcuno scrupolo, si sa. Nei canoni immaginati dalla iustitia secundum Berlusconem, la privacy è un valore supremo, qualunque cosa, buco nero, gesto gaglioffo, riveli. Donde il divieto di indagare (è già in parlamento il disegno di legge che vieta, per la gran parte, l’uso delle investigazioni acustiche). Come dire che rivendica il diritto di non essere scoperto. Diritto che deve accompagnarsi, dice, al dovere del giornalismo di tacere, nascondere, dimenticare, pena la galera e la disgrazia finanziaria“) che non fa mai male.
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