Surplus

•4 Luglio 2009 • Lascia un Commento

Terrorized Into Being Consumers   (Sottotitoli In ITALIANO)

Di OnestaMente

SURPLUS è un documentario dai contenuti forti, che smaschera le più assurde contraddizioni dell’odierna società dei consumi, denunciandone la follia e l’insostenibilità. Il commento parlato è affidato per la quasi totalità all’intellettuale anarchico americano John Zerzan. Egli riesce tremendamente bene a  smascherare l’inutilità delle manifestazioni pacifiche di un giorno, con cartelli canti e belle parole. Provocatorio e colmo di idee scomode (come piace a me) e con una buona colonna sonora, Surplus è un documentario che vi lascierà qualcosa dentro, se avrete la voglia e il coraggio di guardarlo.

Per vederlo a pieno schermo Clickate QUI

Face to Face: i giovani di Neve Shalom – Wahat al Salam

•2 Luglio 2009 • Lascia un Commento

sukrkyiryukyikrt.pngClickate l’immagine per guardare il documentario

In Israele, tra Tel Aviv e Gerusalemme, si trova Neve Shalom – Wahat al Salam, una comunità dove ebrei e palestinesi hanno deciso di vivere insieme, affrontando senza violenza i conflitti tra i loro popoli.
Oggi cinquanta famiglie vivono a Neve Shalom – Wahat al Salam: metà ebree e metà palestinesi.
Per i giovani di Neve Shalom – Wahat al Salam, cosa vuol dire crescere insieme?

Mariagrazia Moncada
Regista-operatrice per le case di produzione video di Bologna Luis.it e Baule dei Suoni; per i service Ocsa e Immagini e Suoni; e per Moviefarm di Milano. Ha realizzato in Vietnam un documentario sui bambini di strada, intitolato “Lustrascarpe”.

Danielle Mitzman
Giornalista radio-televisiva. Ha lavorato a Londra come produttrice/regista alla BBC Radio 4. In Italia lavora come giornalista radiofonica freelance per BBC World Service e Radio 4, Londra; Deutsche Welle, Bonn; Radio Netherlands Worldwide, Amsterdam.

promosso da Arcoiris Bologna

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=11171

Visita il sito: www.nswas.net

ScaricaBile 18 come le ore della passione di Gesù (o Silvio, uno dei due)

•2 Luglio 2009 • Lascia un Commento
Per l’occasione vorrei dire che
Diciotto è il numero naturale dopo il 17 e prima del 19.
È un numero composto, coi seguenti divisori: 1, 2, 3, 6 e 9.
Poiché la somma dei divisori è 21 > 18, è un numero abbondante.
È un numero ettagonale.
È un numero pentagonale piramidale.
È un numero di Harshad.
18 = 9 + 9 e il suo rovescio 81 = 9 * 9
È un numero semi-perfetto in quanto 18=9+9
È uguale alla somma delle cifre del suo cubo:
18^3 = 5832; 5 + 8 + 3 + 2 = 18
Ma ecco a voi
[Wikipedia feat. MelissaP2]

(click to download and to enlarge your penis)

33225036“Michael sarebbe ancora vivo se l’ambulanza fosse stata richiesta in tempo: ecco perché si dovrebbe uscire solo con persone che abbiano imparato a digitare un numero di telefono”

http://scaricabile.blogspot.com/


Tre onde anomale convergenti, GEAB 36 parte I, II e III

•30 Giugno 2009 • Lascia un Commento

Seguono: “Disoccupazione di massa” e
“Fallimenti in serie e crisi terminale dei titoli di debito USA”

http://informazionescorretta.blogspot.com/

europe2020-neg

Di Felice Capretta

Obama e la sua perfetta abilità dell’ammazzare mosche, questa è la notizia ripetutamente lanciata dai telegiornali (il che non è sfuggito ai lettori tra i commenti).

E’ anche strano che faccia notizia, visto che il Presidente degli Stati Uniti è anche il comandante in capo delle forze armate in stato di guerra ed evidentemente ad ammazzare (per interposta persona) è abituato.

Cio’ detto, passiamo alle notizie interessanti.

Sorvoliamo per ora, nonostante le richieste degli affezionati lettori, sulla proposta Obama – Geithner per la riforma del settore finanziario, con maggiori poteri alla Fed (“superpoteri”, secondo swissinfo). Sono 85 pagine e vorremo avere il tempo di studiarcele. L’impressione, per il momento, è che non sia niente di veramente nuovo: più potere a chi ha già potere ed ha avuto una consistente responsabilità nel portare al disastro l’economia americana.

Investito di maggior potere, chi è responsabile di un disastro puo’ solo combinare maggiori disastri.

Per il resto, è uscito il GEAB Report 36, numero estivo (se non sapete di cosa stiamo parlando potete leggere questo post introduttivo dedicato a quanto durerà la crisi) . Stiamo analizzando il report completo, mentre su ripensaremarx è già uscita la traduzione della prima parte gratuita. Ve la proponiamo, con opchi e leggeri aggiustamenti nella traduzione di G.P. (qui il pdf, qui l’originale francese).

Geab 36. Crisi sistemica globale. Lo shock cumulativo delle tre onde anomale nell’estate 2009

Come anticipato da LEAP/E2020 fin dall’Ottobre 2008, alla vigilia dell’estate 2009, la questione
della capacità degli Stati Uniti e del Regno Unito di finanziare i loro deficit pubblici, oramai incontrollati, si è imposta come un fatto centrale nel dibattito internazionale, aprendo la via al doppio fenomeno di una cessazione dei pagamenti degli Stati Uniti e del Regno Unito, da qui alla fine dell’estate 2009.

Così, a questo stadio di sviluppo della crisi sistemica globale, contrariamente al discorso mediatico
e politico attualmente dominante, l’equipe del LEAP/E2020 non ravvisa affatto una ripresa dopo
l’estate 2009, né, d’altronde, nei dodici mesi a venire.

Al contrario, a causa dell’assenza di un trattamento di fondo dei problemi all’origine della crisi, riteniamo che l’estate 2009 vedrà la convergenza di tre “onde anomale” particolarmente distruttrici che traducono il proseguimento dell’aggravamento della crisi e provocheranno degli sconvolgimenti storici da qui ai mesi di Settembre/Ottobre 2009.

Come è successo dall’inizio di questa crisi, ogni regione del mondo non sarà beninteso toccata allo stesso modo; ma, per i nostri ricercatori, tutti senza eccezione conosceranno una forte degradazione della loro situazione da qui alla fine dell’estate 2009.

Questa evoluzione rischia così di prendere in contropiede numerosi operatori economici e finanziari tentati dall’euforizzazzione mediatica attuale. In questo numero speciale “Estate 2009″ del GEAB, la nostra equipe presenta naturalmente in dettaglio queste tre onde distruttrici convergenti e le loro conseguenze. E la nostra equipe descrive in conclusione le sue raccomandazioni strategiche (oro, immobili, buoni, azioni, divise) per evitare di essere spazzati da questa estate mortale.

Le tre onde anomale convergenti dell’estate 2009

Così, per LEAP/E2020, lontano dai “giovani germogli” (”green shoots”) scorti da due mesi in tutti gli angoli delle tabelle statistiche dai media finanziari internazionali, dagli esperti titolati e dai politici che li ascoltano, ci sono dieci onde particolarmente distruttrici per il tessuto socioeconomico che vanno a convergere durante l’estate 2009, traducendo la prosecuzione dell’aggravamento della crisi e trascinando degli sconvolgimenti storici fin dalla fine dell’estate 2009, in particolare delle situazioni di cessazione di pagamenti da parte degli Stati Uniti e del Regno Unito, entrambi al cuore del sistema globale in crisi:

  • 1. l’onda della disoccupazione massiccia: tre date di impatto che variano secondo i paesi dell’America, dell’Europa, dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Africa,
  • 2. l’onda che si infrange con fallimenti in serie: Imprese, banche, Società immobiliare, Stati, regioni, città,
  • 3. l’onda della crisi terminale dei Buoni del Tesoro US, del dollaro e della sterlina e del ritorno dell’inflazione,

Queste tre onde non sono in effetti successive come le onde anomale chiamate le “tre sorelle” così distruttive; sono più pericolose perché sono simultanee, asincrone e non parallele.
Perciò, il loro impatto sul sistema mondiale è generatore di uno smembramento in quanto lo raggiungono da diversi angoli, a differenti velocità, con forze variabili.

La sola certezza a questo stadio, è che il sistema internazionale non è stato mai tanto debole e sguarnito di fronte ad una tale situazione:

  • la riforma del FMI e delle istituzioni della governance mondiale annunciata al G20 di Londra resta lettera morta,

  • il G8 somiglia sempre più ad un club moribondo di cui tutti si chiedono oramai a che cosa può ben servire,

  • la leadership americana non è che più l’ombra di sé stessa che tenta disperatamente di conservare degli acquirenti per i suoi buoni del tesoro,

  • il sistema monetario mondiale è in piena disintegrazione coi russi ed i cinesi che accelerano il loro gioco per posizionarsi nel dopo-dollaro,

  • le imprese non vedono nessun miglioramento all’orizzonte ed aumentano i loro licenziamenti,

  • gli Stati, sempre in numero maggiore, vacillano sotto il peso del loro debito accumulato per “salvare le banche” e dovranno avere a che fare con una serie di fallimenti a partire dalla fine dell’estate.

Le banche, del resto che, dopo avere spillato ancora una volta il denaro ai risparmiatori creduloni grazie all’imbellettamento dei mercati finanziari orchestrato in queste ultime settimane, dovranno riconoscere che sono sempre più insolventi a partire dalla fine dell’estate 2009.

Continua a leggere ‘Tre onde anomale convergenti, GEAB 36 parte I, II e III’

Hackers Fuorilegge e Angeli

•24 Giugno 2009 • Lascia un Commento

1flv4Via CoolStreaming.us

1flv4Via Megavideo

1flv4Via LiberoVideo

Un documentario molto ben girato, assolutamente da vedere e per tutti. Eccovene un estratto:

“Dichiarazione di Indipendenza dei Cittadini del Cyberspazio

“…Si tratta di una battaglia tra il futuro e il passato, tra poteri che esistevano e quelli che devono ancora imporsi…” John Perry Barlow – Electronic Frontier Foundation

Campi profughi in Abruzzo… Un laboratorio per testare la palestinizzazione dell’Italia

•24 Giugno 2009 • Lascia un Commento

http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com   di Nicoletta Forcher

Un laboratorio per testare la palestinizzazione dell’Italia, per collaudare il (vecchio) concetto di “nuova frontiera” di un modello di sviluppo deleterio, che trasforma le persone, quelle considerate inutili, quelle che non collaborano né con banche né con multinazionali, né con i loro eserciti di funzionari burocratici, legali, giornalistici, in nuovi indiani o in nuovi profughi.

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Persone appartenenti a un modello di sviluppo che proprio perché un po’ arretrato, rurale e distante dalle grandi rotte commerciali della grande distribuzione, consumano di meno, magari alcuni nascondono le banconote sotto il materasso, e hanno ancora tanto “a gratis” dal territorio – troppo per il sistema – in una regione come l’Abruzzo, non servono, anzi disturbano. Persone normali, anzi umane. Artigiani, contadini, piccoli imprenditori, panettieri, macellai, cittadini che dal territorio sanno trarre tutto quel che basta per vivere dignitosamente, perché lo conoscono e perché lo rispettano, senza distruggerlo, e sanno metterlo in valore, come i vecchi indiani, i boscimani, i palestinesi. Come i nostri avi. Considerati concorrenza “sleale” dalle industrie agroalimentari, dalla grande distribuzione, dagli allevamenti intensivi tutto franchising con “sperma” modificato in mano, che non sopportano le bestie ruspanti, e da altre corporation che arruolano eserciti di esperti per “modificare” i pareri e gli atti legislativi UE a loro immagine e somiglianza.

Una regione ricca di acqua dove per l’appunto il processo di privatizzazione è in corso. Una regione ricca di idrocarburi, con tanti progetti di trivelle e trivelle in corso. Una regione ricca di biodiversità. Una regione ricca di beni di belle arti.

La matrice è sempre quella: il nostro capitalismo anglosionista che cerca di trarre dalle sventure ogni occasione per generare il massimo dei profitti. Anzi quasi quasi quelle sventure le propizia, se è vero che privilegia le guerre soffiando sui fuochi della zizzania nei punti ricchi di risorse del pianeta, o utili per i passaggi della grande distribuzione petrolifera.

Il pericolo in Abruzzo, all’interno di questa cornice, è che i nostri beni storici – “adottati” da banche come MPS e altre istituzioni – fungano da garanzie per i loschi traffici bancari di titoli finanziari o come pegni per i rimborsi di contratti di “aiuto” contenenti vizi nascosti, o clausole capestro. O che essi servano ai maneggi del debito pubblico, tu mi devi tanto allora io mi tengo il bene in pegno, e che tale concessione, diventi, alla lunga e come tutto il resto, cessione. Con l’aiuto di un debito pubblico non più rimborsabile. E che essi, i nostri borghi, i nostri monumenti, i nostri parchi biodiversi, la nostra (dolce) vita, il nostro “oro”, presi di mira dagli strozzini, passino definitivamente nelle loro mani.

Abbiamo già detto addio alla “dolce vita” – quella idea che il turista si faceva con ragione della vita nel nostro paese quando la paragonava alla vita in qualsiasi altro paese. Un mix tra buon umore, arte dell’aperitivo e gusto per la siesta, il mare, il calcio, il belcanto, le donne e il buon mangiare, in mezzo a mille difficoltà obiettive inesistenti in altri paesi. Finito tutto questo. Tra poco dovremo ringraziare semplicemente per la vita (che ci passerà il regime bancario).

Stiamo assistendo a un enorme scippo strozzino di un intero paese – da cui si salverà forse solo il Trentino – di cui la catastrofe sismica in Abruzzo servirà da apripiste per le regioni pià remote di questo apese. Dopo si potranno introdurre i cento McDonalds che il nostro sottosegretario alle belle arti Resca imporrà come condizione del restauro di qualche monumeto artistico, museo, chiesa o altra opera artistica.

Nella storia, l’esempio più lampante, anche se taciuto, di scippo strozzino è la cosiddetta presunta “vendita” della Corsica alla Francia, nel 1768, che in realtà fu la cessione di un bene preso come pegno dalla Francia a copertura del credito previsto dal contratto di concessione dell’isola, che prevedeva il presidio francese per domare l’emergenza della rivolta dei corsi. la Corsica fu estorta per insolvenza di Genova, che non ebbe mai i due milioni di lire genovesi che doveva alla Francia; l’insolvenza fu architettata dalla Francia stessa, poiché le truppe mandate a presidiare l’isola invece di assolvere all’incarico se ne stettero barricate nelle fortezze genovesi allungando a dismisura il conto. L’estorsione fu presentata, in occasione della firma del Trattato di Versailles, come un normale vendita o scambio.

Il pericolo è che i cittadini dei centri storici vengano definitivamente spostati in new town impersonali, sconvolgendogli la vita e l’identità, per lasciare posto agli interessi turistici, immobiliari, speculativi e cedere il nostro patrimonio storico, composto da monumenti ma soprattutto da case, strade, piazze, vicoli e giardini, a quegli interessi.

Il pericolo è l’esproprio massiccio da tanti campi biodiversi dei contadini che ancora coltivano come i nostri nonni quella invidiatissima made in italy, che proprio per questo viene ostacolata in tutti i modi dall’agroalimentare e la grande distribuzione.
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Fault Lines – A tale of two bankruptcies

•21 Giugno 2009 • Lascia un Commento

Fault Lines compares the fates of two American institutions: one family, one bank. Obviously not comparable in most respects. But both are facing towering debts, both need help to get through this crisis.

http://www.youtube.com/AlJazeeraEnglish



Fault Lines – California: Failed State

•21 Giugno 2009 • Lascia un Commento

Avi Lewis travels to South Central Los Angeles to learn about the political causes and the human impact of shock therapy, California style – and gets a glimpse of how the next chapter of the global economic crisis is likely to unfold.

http://www.youtube.com/AlJazeeraEnglish


Pandemia, gli stregoni al lavoro

•20 Giugno 2009 • Lascia un Commento

http://santaruina.splinder.com               blog  – “Tra Cielo e Terra”6504a8df30348286d20976f61cc1d056

NUOVA INFLUENZA: L’OMS DICHIARA PANDEMIA

GINEVRA  – E’ pandemia di influenza A(H1N1). Di fronte all’inarrestabile diffusione del nuovo virus, la Direttrice generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Margaret Chan ha infatti solennemente annunciato al mondo di aver deciso di innalzare il livello di allerta pandemica alla fase sei, pari al massimo, alla pandemia conclamata. La prima del XXI secolo.

“Il mondo è ora all’inizio della pandemia di influenza 2009. Siamo ai primi giorni della pandemia”, ha dichiarato Chan in una conferenza stampa indetta a Ginevra presso la sede generale dell’Oms. La diffusione del virus A(H1N1) partito dal Messico dove in apr
ile sono stati resi noti i primi casi, ha contagiato quasi 30.000 persone in 74 Paesi e ha provocato 144 morti.[…]

La parola pandemia, dal greco pan-demos – che coinvolge tutta la popolazione, ha sempre avuto, fino ad oggi, un significato ben preciso.
Tale termine veniva infatti utilizzato in riferimento ad un numero limitato di casi, a proposito di virus e malattie contagiose di dimensioni tali da causare un numero
enorme di decessi.
Si usava il termine pandemia in relazione alla
peste nera che colpì l’Europa nel XIV secolo, ad esempio, un morbo contagioso che fece 20 milioni di vittime, ovvero un quarto della popolazione che all’epoca abitava il continente, oppure riferendosi all’influenza spagnola del 1918, che di vittime ne causò 25 milioni, in tutto il pianeta.

Si potrebbe supporre, quindi, che tale termine vada utilizzato con estrema cautela, e doppiamente ci si aspetterebbe che tale cautela venisse utilizzata da un ente sovranazionale quale l’organizzazione mondiale della sanità, dal momento che da chi si occupa di monitorare le emergenze sanitarie del pianeta ci si attenderebbe anche un uso prudente dei moniti, per evitare di spargere il panico tra la popolazione a causa di falsi allarmi.

Invece, si apprende che la stessa Oms ha innalzato il livello di allerta pandemica alla fase sei, ovvero il massimo, come se fossimo in attesa di una nuova spagnola, o di una nuova peste nera.
Ci si aspetterebbe quindi che, vista la serietà dell’organizzazione, ci siano dei segnali altrettanto preoccupanti che si diffondono per tutto il globo.
Invece, i dati che la stessa Oms fornisce parlano di 30.000 persone contagiate e 144 morti, a livello mondiale, negli ultimi 3 mesi.

Per fare un rapido confronto, sarà bene tenere a mente che le influenze “normali”, che ogni anno colpiscono la popolazione, causano in media dai 50.000 ai 220.000 decessi nella sola Europa, nel giro di pochi mesi.
Confrontiamo ora i 220.000 decessi di una normale influenza con i 144 (senza mila) causati dalla nuova “pandemia”.
Evidentemente qualcosa non torna.

Ma facciamo un passo indietro.
Il virus partito dal Messico lo scorso Aprile, altri non è se non quella influenza che i grandi media avevano chiamato inizialmente “suina”, prima di scoprire che con i maiali aveva poco a che fare.
Questo è un passaggio che si è perduto per strada, come niente fosse, dopo che migliaia di capi di allevamento furono eliminati senza che ve ne fosse alcuna ragione.
Così come si perse per strada un’altra notizia, che comparve timidamente in alcune agenzie diramate sulla rete, ma che non fecero mai in tempo di raggiungere i giornali e le televisioni:

VIRUS NUOVA INFLUENZA NATO IN LABORATORIO, OMS INDAGA

ROMA – Il virus della nuova influenza A/H1N1 potrebbe essere nato in un laboratorio per un errore umano.
Lo sostiene il ricercatore australiano Adrian Gibbs, uno dei ‘padri’ dell’antivirale oseltamivir, in un articolo che ha inviato all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e ai Centri statunitensi per il controllo delle malattie (Cdc), e del quale ha annunciato l’imminente pubblicazione.

Un’ipotesi, a quanto si apprende, sulla quale l’Oms sta indagando e si sta confrontando in questi giorni con gli esperti internazionali di virologia umana e animale.
Hanno ricevuto copia dell’articolo anche gli esperti internazionali della Fao e dell’Organizzazione internazionale per la salute animale (Oie).
Secondo Gibbs
le caratteristiche genetiche del virus A/H1N1 sono tali da far supporre che sia stato coltivato nelle uova.
Queste ultime sono largamente utilizzate nei laboratori sia per coltivare i virus sia per coltivare i vaccini.
In passato, nel 1977, un virus influenzale del tipo H1N1 era stato prodotto per errore per la cattiva gestione di un laboratorio in Russia.


Una ipotesi davvero
sorprendente.

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Non aiutate l’Africa…

•15 Giugno 2009 • Lascia un Commento
… o almeno, non aiutatela così…
ade
Aldo Vincent

http://www.giornalismi.info/aldovincent/index.html

Sono anni che lo vado predicando: gli aiuti (così come sono organizzati) fanno male agli Africani!! Vedo che finalmente pure qualche economista se n’è accorto, e con immenso piacere torno sull’argomento per ribadire il concetto.

Premetto che non sono depositario di nessuna Verità inerente l’Africa perché la conosco molto poco. Ho navigato tutto il Nilo per arrivare in Sudan e nel Sahel; poi Niger, Mali, Mauritania e in volo alla Sierra Leone da dove, attraversando Guinea Bissau sono arrivato a Banjul e quindi in Senegal. Il mio viaggio è durato 30 mesi ma il maggior tempo l’ho speso in Gambia e sul fiume Shaloum dove ho costruito una scuola, ho scavato pozzi, ho coperto fogne ed ho portato l’acqua. Come vedete la mia esperienza è limitatissima, però qualche cosa ho visto e ne sono testimone.
Ho visto per esempio, americani che fingevano di organizzare gli aiuti ma erano agenti della CIA
Ho visto tedeschi che disboscavano l’Africa e spedivano legni pregiati in Europa
Ho visto inglesi (i più razzisti di tutti) stipendiati da Oxfam o Save the Children, con macchine lussuosissime e con aria condizionata, che avevano fatto fare lavori per trasferire l’acqua con cui annaffiavano i giardini delle loro ville e che alle cinque facevano servire il te dai locali in guanti bianchi.
Ho visto progetti UNICEF che costavano dieci volte il necessario per insegnare ai bambini la pittura ma che si sono rifiutati di vendermi (vendermi, badate bene) la penicillina per salvare il mio villaggio da una terribile epidemia.
Ah quante cose ho visto!

Ma sto divagando. Dov’eravamo rimasti? Ah, sì. Gli aiuti agli africani.
Procediamo con calma. Cominciamo con la struttura familiare.
Di solito vivono in un compound che è costituito da un clan di appartenenti alla stessa famiglia. Un uomo sposa quattro mogli e ogni donna per sentirsi realizzata deve fare almeno tre figli. Ne consegue che se fossero solo numeri, il primo uomo avrebbe 12 figli, la seconda generazione 72, la terza 432 e la quarta 2600 e così via. In pratica un compound di una ventina di persone in quarant’anni diventerebbe grande come una cittadina italiana. Per fortuna ci pensa una natura benevola che uccide i bimbi più deboli rendendo drammatica ma vivibile la situazione demografica.
Ma qui interviene l’uomo bianco. Perché andare in giro a raccogliere soldi dicendo che sono per i bambini, rende di più e così si prendono costosissime iniziative per salvare soggetti che in Africa con le sole proprie forze non sopravvivrebbero.

Badate bene, con questo non voglio dire che le intenzioni non siano nobili, perché tutto lo sforzo per salvare anche solo una vita umana, è encomiabile. Però bisogna essere pragmatici e l’Africa è un Paese durissimo dove basta un taglietto per rischiare di morire perché una moltitudine di insetti ha nella saliva sostanze narcotiche e anestetiche, che non ti fanno sentire dolore mentre ti mangiano vivo.
E la notte nemmeno ti immagini quanti miliardi di zanzare sono pronte a succhiarti tutte insieme il sangue. Ricordo sul fiume Gambia una farfallina che di notte entrava nel naso dei bambini che dopo qualche tempo avevano dentro il corpo vermi sottili e lunghi anche venti centimetri che dall’interno si facevano strada fino agli occhi, rendendoli ciechi in poco tempo.

In Africa ci sono malattie così dolorose che noi nemmeno immaginiamo, e se i deboli muoiono nel primo anno di vita, la natura benevola li fa morire incoscienti.
Se invece li tieni in vita con i farmaci, questi individui, di per sé deboli e soccombenti PER TUTTA LA LORO VITA dovrebbero essere tenuti in vita con i farmaci. Ma qua succede l’incredibile: l’uomo bianco degli adolescenti se ne fotte!

Eh sì, perché quando questi ragazzi sono arrivati attorno ai sedici/diciotto anni non c’è nessuno che si occupa di loro e vivono sbandati ai margini del loro gruppo sociale diventando pericolosi estremisti. Chi credete che siano i giovani kamikaze, i moderni schiavi, le nuove leve della criminalità e dello spaccio?
Sono giovani africani emarginati dalla loro stessa comunità (giovani leoni sessualmente affamati e quindi pericolosi per lo status quo della tribù) e dalle organizzazioni internazionali che spendono l’ottanta per cento delle loro risorse PER MANTENERE in piedi la macchina amministrativa, gli stipendi, le auto di lusso con cui muoversi, l’aria condizionata, i viaggi delle famiglie… il rimanente serve per le foto: belle faccie di bimbi emaciati e via! Una nuova campagna per la raccolta fondi.

Voi mi direte, ma via, non sempre, non tutti, non dappertutto.
Certo avete ragione. Ma se fate un paio di conti, con i soldi che si spendono, le persone che si impiegano, i governi che si mobilitano, dovrebbe saltarvi agli occhi che c’è qualcosa di sbagliato, perché in tutto questo tempo non siamo riusciti a rimediare quasi a nulla! Abbiamo tante e tali ben qualificate schiere di volontari e tanti di quei mezzi, che se veramente volessimo risolvere il loro problema LA’ DA LORO, si potrebbe fare…

Invece siamo qui, a ripetere il rito di sempre: gettare la monetina nel cappello del povero fuori dalla chiesa ed entrare sollevati a fare la Comunione…

(Aldo Vincent)

http://www.giornalismi.info/aldovincent/articoli/art_2518.html

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico

•15 Giugno 2009 • Lascia un Commento

http://fortresseurope.blogspot.com       di Gabriele Del Grande

SEBHA – “Con noi c’era un bambino di quattro anni con la madre, durante tutto il viaggio mi sono domandato: come si può mandare una madre con un bambino di quattro anni insieme ad altre cento persone stipate come animali in un camion come quelli per la frutta, dove non c’è aria e dove stavamo stretti stretti, senza spazio per muoversi, per 21 ore di viaggio, dove le persone urinavano e defecavano davanti a tutti perché non c’era altra possibilità? Abbiamo viaggiato dalle 16:00 alle 13:00 del giorno dopo. Durante il giorno ogni volta che l’autista faceva una sosta per mangiare noi rimanevamo chiusi dentro il rimorchio sotto il sole. Mancava l’aria e tutti si alzavano in preda al panico perché non si respirava e volevamo scendere. Guardare il bambino ci faceva coraggio. Quando il camion si fermava lo prendevamo e lo mettevamo vicino al finestrino. Si chiamava Adam. Il camion si è fermato almeno tre volte nel deserto per far mangiare gli autisti e per la preghiera… Verso l’una siamo arrivati a Kufrah… Quando sono sceso ho rubato il burro con il pane che tenevano appeso fuori dal container. Non avevamo mangiato per tutto il viaggio, eravamo 110 persone, compreso Adam di quattro anni e sua madre”

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Menghistu non è l’unico a essere stato chiuso dentro un container e deportato. In Libia è la prassi. I container servono a smistare nei vari campi di detenzione i migranti arrestati sulle rotte per Lampedusa. Ne esistono di tre tipi. Il più piccolo è un pick-up furgonato. Quello medio è l’equivalente di un camioncino. E quello più grande è un vero e proprio container, blu, con tre feritoie per lato, trainato da un auto rimorchio. Quando un rifugiato eritreo, nella primavera del 2006, me ne parlò per la prima volta, stentai a crederlo. L’immagine di centinaia di uomini, donne e bambini rinchiusi dentro una scatola di ferro per essere concentrati in dei campi di detenzione e da lì deportati, mi rievocava i fantasmi della seconda guerra mondiale. Mi sembrava troppo. Ma la figura del container ritornava, come un marchio di autenticità, in tutte le storie di rifugiati transitati dalla Libia che avevo intervistato dopo di lui. Finché quei camion ho avuto modo di vederli con i miei occhi.

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A Sebha ce n’è uno per ogni tipo. Siamo alle porte del grande deserto libico, nella capitale della storica regione del Fezzan. Da qui, fino al secolo scorso passavano le carovane che attraversavano il Sahara. Oggi alle carovane si sono sostituiti gli immigrati. Il colonnello Zarruq è il direttore del nuovo centro di detenzione della città. È stato inaugurato lo scorso 20 agosto. I tre capannoni si intravedono oltre il muro di cinta. Ognuno ha quattro camerate, in tutto il centro possono essere detenute fino a 1.000 persone. Nel parcheggio sterrato, è parcheggiato un camion con uno dei container utilizzati per lo smistamento degli immigrati detenuti. Con una pacca sulle spalle, il direttore mi invita a salire sulla motrice. Un Iveco Trakker 420, a sei ruote. Mi indica il tachimetro: 41.377 km. Nuovo di pacca. È rientrato ieri sera da Qatrun, a quattro ore di deserto da qui. A bordo c’erano 100 prigionieri, arrestati alla frontiera con il Niger. Entriamo nel container, dalle scale posteriori. L’ambiente è claustrofobico anche senza nessuno. Difficile immaginarsi cosa possa diventare con 100 o 200 persone ammassate una sull’altra in questa scatola di ferro. I raggi del sole filtrati dalla polvere illuminano le taniche di plastica vuote, a terra, sotto le panche di ferro. Su una c’è scritto Gambia.

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Jacques Attali – il ritorno

•11 Giugno 2009 • 1 Commento

http://novoordo.blogspot.com

di Gaia

attali

Ricordate questa faccia?
Ma sì: ne abbiamo parlato giusto a fine maggio, sottolineando come nelle idee di questa mente eccelsa sia compresa anche la bontà intrinseca di una bella pandemia: eh sì, perché una pandemia sarebbe proprio quel che ci vuole per dare l’ultima spintarella verso il nuovo ordine mondiale.
Ohibò. Alla faccia della
real-politik.

Ma Attali torna alla carica, intervistato da EuroNews: seguiamo i passi salienti del discorso del nostro eroe (ma vi consiglio comunque di ascoltare il video dell’intervista completa).

—-

Jacques Attali: “Governo europeo, o sarà la fine dell’euro”
4 giugno 2009

Dopo una carriera di docente universitario, consigliere economico del presidente della repubblica francese Mitterrand e presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Jacques Attali è oggi alla testa di Planet Finance, una società internazionale specializzata nello sviluppo e nella microfinanza. Attali ha pubblicato una quarantina di titoli, tradotti in 20 lingue. La sua specialità è l’analisi dei trend, ovvero l’interpretazione del futuro economico.

Ascoltiamo dunque questo mago della finanza che consiglia presidenti e istituzioni europee.

Domanda:
Le elites sottolineano l’importanza del più grande scrutinio del pianeta, ma gli elettori sembrano avvertire una sorta di indifferenza.

J.A.:
No, non è esattamente così. [...] quando votano per le elezioni europee, sanno che non esiste un governo europeo, e ne ricavano una impressione molto più indefinita. [...] La gente andrà a votare quando davvero sarà chiamata a eleggere un presidente europeo.

Ah ecco.. la sfiducia non può essere dovuta al fatto che la gente non vuole l’unione europea -giammai si dica una cosa del genere- quanto piuttosto al fatto che il governo centrale europeo non c’è ancora e quindi la gente non riesce a vedere quanto buono possa essere.
Non si può dire che molti hanno mangiato la foglia e non credono nella farsa delle elezioni tout-court.. anche perché se no si rompe il giochino.


Domanda:
Lo scarto tra integrazione economica e politica dell’Europa è troppo ampio. La crisi ci ha preso alla sprovvista?

J.A.:
[...] Oggi abbiamo bisogno, davanti alla crisi, di un potere politico forte come quello degli Stati Uniti e della Cina, cioè di un potere capace di decidere il rilancio dell’economia, piani di grandi opere, interventi a sostegno della ricerca, nazionalizzazioni europee… Però in nessuna lingua europea si può parlare di “nazionalizzazioni per l’Europa”, o di “europeizzazione”. Mentre al giorno d’oggi servirebbe non tanto “nazionalizzare” delle imprese, ma farle diventare proprietà dell’Unione europea. Anche se questo appare ancora inconcepibile.

Rilancio dell’economia.. piani di grandi opere, nazionalizzazioni..
Dove ho già sentito queste frasi?

“Farle diventare proprietà dell’unione europea”
……

Attimo di silenzio.

Sì sì, ha detto proprio così.

Silenzio di tomba.

[...] il modello attuale di rispetto dei servizi pubblici, dello sviluppo di una giustizia sociale, di uno stato-protettore capace di orientare l’evoluzione globale [...] dovrebbe diventare un modello universale.

Stato-protettore [attimo di sospensione del battito cardiaco..] capace di orientare l’evoluzione globale” ?
Stato-protettore… come sempre, si dimentica di specificare
protettore di chi.

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ULTIMA LETTERA DI PADRE MANUEL MUSALLAM DA GAZA

•6 Giugno 2009 • Lascia un Commento

Gaza_Strip_1999

http://fulviogrimaldi.blogspot.com

Charles Colton disse una volta: “L’esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo”. Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla “Terra Promessa”. Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell’apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il muro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo “diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.

Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c’è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l’Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l’umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.

Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall’altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall’altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?

Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l’America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l’unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell’abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: “È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?”, e ha 11 morti. E noi rispondiamo: “È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?”. Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l’umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi attacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.
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